Articoli di Giovanni Papini

1933


La tragedia dei padri

Pubblicato su: Corriere della Sera, anno LVIII, fasc. 20, p. 3
Data: 24 gennaio 1933




pag.3



   Ho riletto da poco il Re Lear nella nuova traduzione di Diego Angeli. Uscendo fuori, allibiti e asfissiati, da certe letture che m'intendo io, è un gran sollievo ritrovare le voci e le foreste del vecchio Guglielmo. S'era dentro a un sottosuolo adorno di cartoline illustrate, in compagnia di personaggi fatti di foglio o d'ectoplasma, nell'aria che sa di rigovernatura e di gatto malato e ad un tratto si respirano soffi di landa e di burrasca, si riscopre l'eterna maestà della natura e del dolore, ci si ricorda che vivono titani in terra e che c'è un Dio nel cielo.
   Il Re Lear è uno dei drammi più famosi di Shakespeare ma dovrebbe essere, secondo me, anche più popolare dell'Amleto. E' la tragedia dei padri e dei figli e si rivolge perciò a quasi tutta l'umanità. L'Amleto è il problema della vendetta e della volontà; il Macbeth dell'omicidio inutile; l'Otello della gelosia provocata e dell'innocenza punita. Son problemi profondamente umani ma non di tutti, anzi di pochi. Nel Re Lear, invece, c'è tutta la tragedia della famiglia: della paternità cieca, della filialità inabile o parricida, della fraternità astiosa e fratricida. E tutti noi siamo figlioli e quasi tutti abbiamo figlioli e fratelli. Il Re Lear — dramma perenne o segreto dei più, ingigantito dalla spietata fantasia d'un poeta gigante — riguarda noi tutti. Non e grande solamente per la possanza evocatrice delle immagini e delle figure ma forse ancor più per quello che rivela, nell'esagerazione stessa dei conflitti e delle sciagure, sulla natura di quel povero animale forcuto ch'è l'uomo.
   Shakespeare non scrive per divertirsi o per divertire — tutt'al più per insegnare e spaventare. Chi ha fantasticato che l'opere sue appartengono a un filosofo invece che all'attore del Globo ha visto un'ombra della verità. Le sue smisurate virtù di lirico, di scultore e di mago erano, spesso, al servizio d'un pensiero rivolto alla dolorosa e appassionante escavazione dell'anima umana. Shakespeare voleva sapere, come tutti i geni, cos'è insomma questa divina e abietta creatura detta uomo. Perciò creava esseri più grandi del vero nel bene e nel male, e li costringeva ad amare, odiare e soffrire sopra un registro più alto dell'usuale, sì che fossero costretti, alla fine, a pronunciare le parole che quasi nessuno osa dire. E quasi tutti faceva morire di morte violenta perchè rimanessero, risuscitati immortali, nelle stupite memorie dei viventi.
   Nel Re Lear tutti, in un modo o nell'altro, son colpevoli e quasi tutti muoiono di spada, di veleno o di strazio. Son colpevoli, fin dal primo atto della tragedia, i due protagonisti: il vecchio re predestinato al ludibrio e alla pazzia e la dolce figliola predestinata alla sconfitta e allo strangolamento. Il re è colpevole di non aver saputo comprendere, attraverso le incaute parole di Cordelia, la sincerità dell'affetto della figliola minore. Anche Cordelia, la mite e buona Cordelia, è colpevole: colpevole di non aver capito la debolezza senile di Lear e di aver creduto, con imperdonabile ingenuità, che l'amore per lo sposo possa sminuire quello verso il padre.
   Il re è scusato dal peso della grave età che già lo predispone alla stravaganza; Cordelia dall'età troppo giovanile che la fa timida anche più del bisogno e dà alla sua ineloquenza un non so che di pedantesca gelidezza. Ma errano ambedue e dovranno scontare atrocemente i loro errori come se fossero delitti.
   Che Lear sia già debole di mente quando l'azione incomincia, se non ancora forsennato come diverrà dopo le infamie di Regana e di Gonerilla, è assolutamente certo. Fin dai primi istanti le sue parole dimostrano che non sa più essere né vero monarca né vero padre. Un re savio e d'animo lealmente regio non divide il regno in tre partì senza necessità, col pericolo d'indebolirlo, e tanto meno si abbassa a voler conservare della coronai privilegi e gli onori nel momento stesso in cui depone quei pesi di responsabilità. sacra e paterna che li giustificavano.
   Né un vero padre, se davvero ha vissuto colle sue figliole ed ha saputo indovinarne i desideri e gli umori, interpretarne gli sguardi e i sorrisi, avrebbe avuto bisogno di quella gara quasi pubblica di ostentato affetto. Il suo cuore avrebbe saputo intuire da tempo, senza intempestive domande, chi l'amava e chi non l'amava, chi l'amava di più e chi l'amava di meno. Certe cose s'indovinano, non si domandano. E chi non le indovina avrà sempre risposte ipocrite o spiacevoli.
   Poteva Cristo domandare a Simon Pietro se veramente l'amava. Ma Pietro aveva rinnegato il Maestro e il Maestro voleva costringerlo, per cancellare quella notturna debolezza, a riacquistare il primato che gli aveva valso il grido che gli proruppe dall'anima sulla strada di Cesarea.
   Ma la povera Cordelia non aveva rinnegato il padre né poteva pretendere a nessun primato. Il padre le promette una parte del regno più ricca di quella assegnata alle sorelle, ma quello è capriccio di Lear — diciamo pure ingiustizia — non ambizione della fanciulla. Ma bisogna confessare che la risposta di Cordelia alla profferta paterna è piuttosto ghiaccia e scoraggiante. «Sono molto infelice: il cuor non posso trarre in bocca. Amo Vostra Maestà come è dovere mio; né più, né meno.» Se il padre è un po' fantastico e strambo la figliola è un po' troppo legalista e asciutta. L'affetto non è soltanto dovere e quando è ridotto a solo dovere non ha quasi più nulla dell'affetto. Ed è proprio dell'amore l'esagerare, il passar la misura, mentre la piccola Cordelia parla un po' con la secchezza d'un contabile. Ti dò quel che ti spetta: «né più né meno.»
   E' vero ch'essa è disgustata dalle bugiarde iperboli delle sorelle e par quasi che voglia distinguersi da loro a ogni costo, anche a patto della felicità sua e del padre. Nella sua franchezza ad oltranza c'è un po' di vanità e un po' di puntiglio: non voglio somigliare alle mie sorelle ipocrite anche se infliggo un grave dolore al mio vecchio padre. La sincerità accompagnata da tali sentimenti e che produce simili conseguenze diventa quasi un peccato.
   Sollecitata da Lear a dare una risposta più calda non si arrende: «O mio buon signore, mi avete dato il giorno e mi avete educata e amata, ed io come conviene vi contraccambio questo sentimento e ben vi amo e vi obbedisco e assai vi onoro.»
   Siamo alle solite. L'affetto non può esser fondato soltanto sul contraccambio — mi hai generato ed allevato e ti pago con un po' di bene — e se l'amore dei figlioli include l'obbligo di obbedire e di onorare i genitori non è detto che in queste cose sole consista. Cordelia è in regola coi comandamenti ma il cuore d'una fanciulla che ama davvero il padre aggiunge sempre qualcosellina di suo e di più dolce.
   E scarsamente fornita d'intuizione si dimostra quando adduce, per giustificare la sua tiepidezza, una ragione che a lei sembra invincibile. «Forse allorché mi sposerà il signore che avrà in pegno la mia mano porterà seco la metà del mio amore con lui; metà del mio dovere, delle mie cure.» Quanto alle cure può essere: alla donna che si crea una famiglia nuova sopravvengono nuovi doveri. Ma che l'amore per lo sposo porti via la metà dell'affetto per il padre non è affatto vero, o almeno non sempre vero. L'affetto non appartiene alle cose soggette alla legge della quantità. Chi divide un regno ha due metà eguali o diseguali ma l'amore non è superficie che scemi se viene spartita. Appartiene all'ordine delle cose spirituali ed è, come esse, senza limiti rigorosi. Ci può esser contrasto e impoverimento quando si tratta di amori d'uno stesso ordine — e neppure in questo caso sempre è così — ma l'amore grande della figlia può coesistere, vivo come prima, con l'amore grande della sposa. Ognuno di noi potrebbe addurne esempi ed io stesso potrei farne diretta testimonianza.
   In ogni modo Cordelia, nel momento in cui parlava, non aveva marito e poteva dichiarare, senza menzogna, che amava il padre più di tutti gli altri uomini. Ma forse s'era già accorta che il re di Francia era talmente innamorato che l'avrebbe sposata anche senza dote e poco le importava d'avere un pezzo della caliginosa Britannia.
   Tuttavia la sua freddezza laconica e la sua inesperienza dell'umana psicologia non giustificano lo sdegno di Lear. Il doloroso disappunto non avrebbe dovuto condurlo a rinnegare la figliola e a darle come viatico nuziale l'irosa sua maledizione. Se fosse stato un padre più savio non avrebbe fatto certe domande più degne d'un bambino che d'un re; se fosse stato un padre più amoroso avrebbe divinato lo stato d'animo della figliola e forse avrebbe disciolto quel velo di ghiaccio col calore d'una perdonante tenerezza.
   Tutt'e due ciechi — uno per colpa della vecchiaia, l'altra per effetto della gioventù — dovranno espiare quel doppio errore come se fosse stato un demoniaco delitto. Shakespeare ha voluto significare, in questa prima posizione della tragedia, che le offese anche lievi, anche involontarie, alla perfezione dell'amore si scontano al pari dei più funesti peccati. Un padre non comprende la figlia; una figlia non compatisce il padre ed ecco che da questo piccolo fatto, purtroppo comune, sorgeranno gli spettri della pazzia e della morte. Le altre due figliole, finte e perfide, cacceranno il padre, aspetteranno con desiderio la sua morte, si odieranno fra loro e avranno per salario, ambedue, una trista morte.
   Parallela alla tragedia paterna di Lear è la tragedia paterna di Gloucester. Costui ha due figli, uno legittimo e affettuoso, l'altro bastardo e traditore. Gloucester, cieco al par di Lear, crederà al figliolo malvagio e sarà, per la pena immanente a ogni colpa, sbandito e acciecato. Invano Cordelia, forse assillata dal rimorso, torna con un esercito in Britannia per salvare il padre farneticante. La sua sorte è già decisa dalle prime parole che disse in quel giorno fatale: sarà vinta, fatta prigioniera e impiccata. A Lear non rimarrà altro scampo, dopo una disperata lamentazione dove il genio di Shakespeare supera Eschilo e sè stesso, che morire sul corpo ancor tepido della figliola troppo tardi perdonata.
   Tutto l'amore, che non seppe mostrarle quando la sua piccola bocca di bambina ostinata non volle pronunziare le parole ch'egli aspettava, trabocca ora, impetuoso eppur soavemente materno, ora ch'è tardi, ora che le sventure hanno portato al massacro, ora che l'incompresa non è che un cadavere leggero.
   La pazzia, mostrandogli nudo il vero e l'uomo, rivelandogli che non c'è differenza sostanziale tra un mendico e un monarca, ha salvato e purificato Lear, e l'ha fatto degno, alla fine, di quell'unico rimedio alla disperazione ch'era per lui la morte.



SHAKESPEARE. La tragedia di Re Lear. Nuova traduzione di Diego Angeli. Milano, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932, pagine VIII-250, L. 12.


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